Circa 700 sacerdoti, insieme ai Vescovi delle Diocesi campane, si sono ritrovati questa mattina a Pompei per l’incontro promosso dalla Conferenza Episcopale Campana. Al centro la vita dei presbiteri oggi, tra fatiche e cambiamenti, ma anche la necessità di rafforzare relazioni, fraternità e comunione per vivere il ministero con rinnovata consapevolezza e speranza.
Una mattinata di ascolto, confronto e fraternità, per fermarsi insieme a riflettere non soltanto su ciò che i sacerdoti sono chiamati a fare, ma anche su come vivono oggi il proprio ministero, sulle fatiche che lo attraversano e sulle risorse umane, spirituali ed ecclesiali che possono renderlo ancora generativo.
È questo il senso dell’Incontro regionale dei Presbiteri delle Diocesi della Campania, che si è svolto questa mattina nella Sala Trapani del Santuario di Pompei, promosso dalla Conferenza Episcopale Campana e organizzato dalla Commissione Clero e Vocazioni, di cui S.E. Mons. Francesco Beneduce è Vescovo delegato e don Rocco Picardo Incaricato regionale.
Una partecipazione particolarmente significativa: circa 700 presbiteri, provenienti dalle diverse Diocesi della Campania, hanno condiviso la mattinata insieme ai loro Vescovi, rendendo già visibile, nel semplice ritrovarsi, quella fraternità presbiterale posta al centro dell’incontro.
La giornata si è aperta con la preghiera comune e con un breve momento dedicato al sostegno economico alla Chiesa. Don Antonio Pisani, incaricato del Comitato regionale per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica, insieme a S.E. Mons. Vincenzo Calvosa, Vescovo delegato, ha richiamato l’importanza della scelta dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Una firma che non comporta alcun costo aggiuntivo per il contribuente e che permette di esprimere la destinazione di una quota del gettito complessivo IRPEF, sostenendo le esigenze di culto e pastorale, il sostentamento del clero e gli interventi caritativi in Italia e nei Paesi più bisognosi.
Ad introdurre il senso più profondo dell’appuntamento è stato Mons. Francesco Beneduce, che ha collocato l’incontro all’interno di un cammino già avviato di attenzione alla vita dei presbiteri. Non si tratta, ha sottolineato, di guardare soltanto alle situazioni estreme o alle difficoltà conclamate, ma di fare della cura reciproca e della fraternità uno stile ordinario della vita presbiterale.
La domanda che attraversa questo percorso è, infatti, quanto della fatica vissuta da un sacerdote possa talvolta rimanere nascosta e non condivisa. Da qui l’importanza del ritrovarsi, del camminare insieme, del rinsaldare i legami e del creare, nelle Diocesi e nei diversi ambiti ecclesiali, occasioni nelle quali poter condividere le sfide e ciò che ciascuno porta nel cuore. Mons. Beneduce ha ricordato che la prima risorsa non è anzitutto organizzativa o progettuale: è lo Spirito del Signore, insieme alla presenza e alla responsabilità dei presbiteri, uniti al Vescovo e tra loro, chiamati a sostenersi nella fraternità e a servire il popolo di Dio. L’orizzonte indicato è quello di una vita sacerdotale sempre più condivisa, sostenuta, generativa e capace di testimoniare comunione.
La parte centrale della mattinata è stata affidata a S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Abate di Modena-Nonantola e Vescovo di Carpi, che ha proposto la relazione “Vita da preti oggi in Italia: tra crisi e opportunità”.
Mons. Castellucci ha anzitutto invitato a guardare con realismo alle crisi che possono attraversare la vita dei presbiteri, senza negarle ma anche senza trasformarle nella chiave esclusiva attraverso cui leggere il ministero. La grande maggioranza dei sacerdoti, ha ricordato, vive il proprio servizio con dedizione e fedeltà; questo non impedisce però di riconoscere situazioni di stanchezza, demotivazione, difficoltà relazionali o attenuazione della passione pastorale.
Le crisi di oggi, ha osservato, hanno caratteristiche diverse rispetto a quelle di alcuni decenni fa. Sono spesso meno clamorose, ma non per questo meno profonde, e si inseriscono dentro cambiamenti che interessano l’intera Chiesa e la società. Tra gli elementi che maggiormente gravano sulla vita dei presbiteri ha indicato la sproporzione tra le energie investite e i risultati percepiti, dentro un contesto segnato dalla scristianizzazione e dall’indifferenza religiosa; il peso crescente delle strutture, della burocrazia e delle incombenze amministrative, che rischiano di sottrarre energie all’annuncio, alla celebrazione e all’incontro con le persone; e la grave ferita degli abusi, con le conseguenze che essa produce anche nella percezione sociale del ministero e nelle nuove vocazioni.
Ma proprio la crisi, nella riflessione di Mons. Castellucci, non può essere considerata semplicemente un’anomalia da eliminare. Le crisi dei presbiteri si collocano dentro le crisi della Chiesa e, più ampiamente, dentro quelle del mondo contemporaneo. Una Chiesa realmente incarnata nella storia non può essere estranea alle gioie, alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini e delle donne del proprio tempo (cfr. GS 1). Il ministero, in questa prospettiva, non è una semplice prestazione, ma una passione del cuore: il sacerdote è chiamato a condividere le domande, le ferite e le paure delle persone senza lasciarsene travolgere, portandovi invece la forza del Vangelo.
Da questa lettura nasce la possibilità di trasformare la crisi in un’occasione di maturazione. Castellucci ha indicato anzitutto l’importanza di vivere amicizie significative, superando l’idea di un presbitero autosufficiente o condannato ad una vita affettivamente isolata. Il celibato non elimina la necessità delle relazioni, chiede piuttosto legami autentici, capaci anche di quella correzione reciproca che aiuta a crescere umanamente e spiritualmente.
Accanto a questo, la necessità di chiedere aiuto quando sopraggiungono le difficoltà, senza pensare di poter affrontare da soli ogni momento di oscurità. La fraternità presbiterale, la guida spirituale e relazioni sincere all’interno del presbiterio possono diventare luoghi nei quali una crisi viene riconosciuta e accompagnata prima di diventare più profonda.
Un ulteriore passaggio riguarda la capacità di individuare le vere cause del disagio, senza decisioni affrettate e senza attribuire automaticamente ogni fatica al ministero, al celibato, ai superiori o alle comunità. Occorre invece un discernimento che tenga insieme dimensione umana, psicologica e spirituale.
Infine, l’invito a frequentare gli ultimi. L’incontro quotidiano con i malati, i poveri, le persone sole, fragili o smarrite, pur sfuggendo spesso alle statistiche che misurano la vita ecclesiale, appartiene al cuore stesso del ministero. È lì che il sacerdote ritrova il senso più profondo della propria chiamata: nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo dentro le ferite concrete delle persone. La passione per il Vangelo, ha evidenziato Castellucci, consente così di ricomporre la vita sacerdotale attorno al suo centro e di leggere anche le difficoltà come possibilità di crescita.
Dopo la relazione, il confronto è proseguito tra i partecipanti e successivamente attraverso domande e interventi in assemblea. È emerso con particolare forza il tema delle relazioni tra presbiteri e della necessità di costruire una fraternità che non intervenga soltanto quando una situazione è ormai problematica, ma sappia avere una funzione preventiva.
Nelle sue risposte, Mons. Castellucci ha sottolineato come l’incontro personale sia capace di superare le categorie e le classificazioni che spesso rischiano di condizionare lo sguardo sull’altro. La dimensione umana e quella spirituale, ha osservato, non possono essere separate: per il cristiano l’esperienza spirituale passa attraverso la concretezza delle relazioni e dell’incontro. In questa prospettiva ha richiamato anche la sinodalità come stile della vita ecclesiale, che domanda formazione integrale, corresponsabilità e capacità di fare rete. domande
Anche le amicizie più profonde tra sacerdoti, ha spiegato, sono autentiche quando non chiudono ma aiutano ad aprirsi agli altri. Proprio una relazione fraterna “alla pari” può rendere possibile quella parola sincera e quella correzione che, in alcuni momenti, possono aiutare un confratello prima che una difficoltà si trasformi in crisi. La cura, dunque, deve precedere l’emergenza.
Particolarmente significativo anche il richiamo al valore dell’incontro reale: gli strumenti digitali possono essere utili, ma non possono sostituire la presenza personale. Quando esiste un’amicizia autentica, ha osservato Castellucci, di fronte alla fragilità dell’altro non prevale la classificazione o il giudizio, ma la capacità di condividere, comprendere e cercare insieme una strada. domande
L’incontro di Pompei ha così consegnato ai presbiteri campani non una risposta semplice alle complessità del ministero, ma una direzione precisa: non vivere da soli ciò che si è chiamati a vivere insieme. Le crisi non vanno nascoste né assolutizzate, possono essere abitate e attraversate dentro relazioni vere, nella fraternità del presbiterio, nel rapporto con il Vescovo e nella vicinanza concreta al popolo affidato alla cura pastorale.
Una mattinata che, nelle intenzioni della Commissione CEC Clero e Vocazioni, non vuole quindi esaurirsi in un singolo appuntamento, ma diventare parte di un cammino: perché la cura della vita dei presbiteri sia sempre più uno stile ecclesiale ordinario e perché, anche nelle trasformazioni e nelle fatiche del tempo presente, il ministero possa continuare ad essere vissuto come dono, fraternità, servizio e speranza.






















