Un segno di speranza che non smette di generare. Un segno frutto della lungimiranza e della capacità di ascolto, dialogo, conversione di quanti, nel 1995, erano impegnati nell’ambito della pastorale sociale e del lavoro, della pastorale giovanile, della carità. Questo segno è il Progetto Policoro del quale, venerdì scorso, a Roma, sono stati celebrati i trent’anni di operatività con il convegno “Trent’anni di Progetto Policoro: tra memoria e futuro”. Nato da un’intuizione di don Mario Operti, allora direttore della Pastorale sociale della Conferenza episcopale italiana, oggi l’iniziativa ecclesiale non smette di impegnarsi per i giovani e per il lavoro, continuando ad utilizzare il Vangelo come via per aprire nuovi orizzonti di futuro, coinvolgendo i giovani nella costruzione di strade che loro stessi devono percorrere per il bene proprio e il bene di tutti: centinaia i gesti concreti nati in questi anni, migliaia i giovani cui sono state date concrete prospettive di impegno e sostegno.
Policoro: una grande intuizione nata guardando la vita quotidiana
Ad aprire il convegno è stato monsignor Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina e primo responsabile nazionale della pastorale giovanile, tra i fondatori del Progetto Policoro, che ha ricordato la conversione del suo sguardo sulla questione giovani-lavoro avvenuta attraverso il confronto a Roma con le altre diocesi, ma anche i numerosi viaggi a Policoro, in Basilicata, dove furono piantati i pilastri del Progetto Cei: il coordinamento regionale, i rapporti di reciprocità tra le diocesi del Nord e quelle del Sud, la filiera delle associazioni di formazione, la figura dell’animatore di comunità, una novità forte del tempo. Elementi da far operare con una priorità, ha sottolineato monsignor Sigalini alla fine dell’intervento: «Che la fede fosse messa in gioco quando c’è il dramma della ricerca del lavoro, dell’impossibilità di viverlo in pienezza, di essere trattati da persone, di avere dei tempi giusti, di avere la giustizia del trattamento. La grande intuizione di allora fu ritenere che educare alla fede non poteva essere separato dall’educare a vivere il lavoro». Un’intuizione che proveniva dalla vita.
Giovani: l’ultima generazione non vuole sacrificare la propria dignità
I giovani di oggi sono, però, diversi da quelli di trent’anni fa, ed è importante quindi che il Progetto Policoro sappia rispondere ai nuovi tempi. I giovani nati tra la fine dello scorso millennio e quello in corso – dai 18 ai 34 anni, tra generazione Y e Z – sono i giovani d’oggi. Cristina Pasqualini, sociologa dell’Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Milano e membro del comitato scientifico dell’Istituto Toniolo, intervenendo al convegno li ha definiti una generazione con «le idee piuttosto chiare sul lavoro. Pensano sia necessario essere intraprendenti, fare comunque tutto quello che è necessario fare per migliorarsi, per crescere, per chiarirsi con i propri capi, avere delle relazioni con i propri colleghi, ma certe cose non sono più disposti a farle. Tipo lavorare più di tutti, arrivare prima, uscire per ultimo, essere disposti a qualunque cosa: quella roba lì non esiste più – ha spiegato -. Quindi mirano a un recupero della propria dignità anche sul lavoro, sono più determinati che in passato a rifiutare lavori che ritengono forme di sfruttamento e sono molto propensi a lasciare l’Italia per trovare lavoro in un altro Paese».
«Oggi l’ostacolo più grande è non prendere in considerazione ciò che i giovani dicono e quello che ci chiedono. Bisogna parlare con i ragazzi e non dei ragazzi. Ascoltare loro significa avere la capacità di superare l’ostacolo più grande, che forse è quello di non riuscire poi a mettersi in relazione e in contatto con loro. Il nostro compito continua è proprio quello di aiutarli a instradarli, concepire e comprendere qual è il loro posto nel mondo. Questa generazione è davvero un segno di speranza: mi scuote e mi fa fare delle domande, mi fa sentire custode di qualcosa di importante, scrigno di qualcosa di stupendo che aspetta di essere curato – ha detto all’Agensir don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, a margine dell’evento – La nuova generazione è stanca di sentir dire tante cose su di sé, per lo più negative. Alza la testa spiega Ulto e segue l’invito a fare casino che Papa Francesco ha fatto loro. Significa dire con fermezza quello che hanno dentro, rispondere alla chiamata di ognuno, portare meraviglie e stupore nel mondo».
Papa Leone: continuare a seminare nuova quantità di bene
Anche papa Leone XIV ha preso parte ai festeggiamenti per il trentesimo anniversario del Progetto Policoro incontrando, ieri mattina, nel Palazzo vaticano apostolico, i partecipanti al convegno nazionale: l’anniversario, ha detto Leone XIV, è «un’occasione che ci deve aiutare a guardare avanti con gratitudine e fiducia. Voi giovani siete il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trent’anni avete seminato un’immensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa. C’è ancora bisogno del vostro impegno, soprattutto in una stagione di inverno demografico, di spopolamento delle aree più fragili del Paese, di giovani che rischiano di essere demotivati e di chiudersi. Nessuno dev’essere trascurato. Nessuno deve sentirsi abbandonato».
Policoro importante per la Campania dove il lavoro è poco e fragile
Presenti a Roma per celebrare l’importante anniversario del Progetto Policoro, anche Raffaele Cerciello, coordinatore regionale del Progetto, e don Giuseppe Autorino, incaricato Cec per la conferenza episcopale italiana.
Per la Campania, il Progetto Policoro è importante, «oggi più che mai! Il bisogno del Progetto Policoro si è trasformato. Se in passato l’attenzione era concentrata soprattutto sulle forme di lavoro irregolare o addirittura assente, oggi la sfida è diversa ma altrettanto urgente. Adesso il Policoro si propone come incubatore di processi, come spazio di confronto e discernimento dove i giovani imparano ad abitare il mondo del lavoro contemporaneo, con le sue complessità e le sue opportunità. Gli AdC accompagnano percorsi di autoimprenditorialità, sostengono idee innovative, promuovono una cultura del lavoro dignitoso e generativo. In una terra ricca di talenti ma altrettanto ricca di contraddizioni come la nostra, il Policoro continua a essere profezia come la pensava don Mario Operti: non basta rispondere a un’emergenza ma serve dare una proposta educativa capace di vivere comunità e generare futuro», ha dichiarato Cerciello a inDialogo, giornale della diocesi di Nola.
«Sono ricchi di relazioni in connessione con la pastorale sociale e del lavoro, Caritas e pastorale giovanile – ha aggiunto don Giuseppe Autorino -. Tutto questo ha permesso di accompagnare giovani nella stesura di curriculum vitae e lettere di presentazione, proporre un grande ventaglio di possibilità lavorative e infine l’accompagnamento nella costituzione dei Gesti Concreti, cioè imprese nate con il Progetto Policoro. Punto forte di tutto il progetto è l’équipe fatta di professionisti che mettono gratuitamente a disposizione le loro competenze».
Secondo il Dossier sulle povertà 2025, elaborato dalla Caritas regionale lavora ancora troppo poco e con un’occupazione fragile: «Il tasso di occupazione (15–64 anni) si ferma al 45,4%, ben al di sotto della media nazionale (62,2%) e lontano dal target europeo del 75,8% per la fascia 20–64 anni. La disoccupazione resta elevata (15,6%, contro il 6,5% dell’Italia), e la quota di inattivi (persone 15–64 anni non in forza lavoro) raggiunge il 43,5%, oltre dieci punti sopra la media nazionale. In Campania si è in presenza di un triplice squilibrio: meno occupati, più disoccupati, più inattivi, che delinea un mercato del lavoro in affanno strutturale, dove l’accesso è difficile e la qualità insufficiente».
Mariangela Parisi
Direttore UCS Diocesi di Nola



